Numero 4 - BRAINWORKING

Il cervello dell'impresa, della vendita, della comunicazione

Quadrimestrale, Spedizione in abbonamento postale

EDITORE: Associazione Culturale Progetto Emilia Romagna

Questo giornale convoca intellettuali, scrittori, scienziati, psicanalisti, imprenditori sulle questioni nodali del nostro tempo e pubblica gli esiti dei dibattiti a cui sono intervenuti in Emilia Romagna e altrove, per dare un apporto alla civiltà e al suo testo.
AURELIO MISITI
presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, docente d’Ingegneria Sanitaria Ambientale all’Università La Sapienza di Roma

IL VIAGGIO DELL'AVVENIRE

Il problema della scienza e della tecnologia è fondamentale, anche per modificare la situazione sociale, e nutre la speranza della comunità, anche se noi siamo abituati a pensare alla scienza e alla tecnologia della guerra, poiché la guerra ha sempre comportato un grande sviluppo della scienza e della tecnologia. Il riflesso dello sviluppo scientifico e tecnologico si può vedere sicuramente sul miglioramento del tenore di vita delle popolazioni del mondo intero, anche se il quindici o il venti per cento della popolazione possiede l’ottanta-ottantacinque per cento dei beni della terra. Parto dal principio che la terra è di tutti, le materie prime sono di tutti, ovunque esse siano. Perché i paesi più fortunati, che hanno sviluppato la scienza e la tecnologia, pensano di dare agli altri solo i residui? In effetti, è chiaro che questa è un’ingiustizia che probabilmente è destinata a scomparire proprio attraverso l’affermazione della scienza e della tecnologia, in particolare della ricerca che riguarda l’energia. Infatti, i popoli definiti del terzo e quarto mondo non hanno la possibilità di avere l’energia a basso costo: oggi l’energia è ad alto costo, è prodotta e utilizzata poco, è una parte secondaria dell’energia disponibile sulla terra. Per questa scarsità di energia, dunque, dove essa viene usata ha costi elevati, per cui nei paesi poveri non è possibile accedervi. Allora, è necessario cambiare la scienza e la tecnologia per produrre energia a basso costo. Oggi noi produciamo l’energia elettrica tramite energia idraulica, oppure altre forme secondarie di energia, come il petrolio. Questi tipi di energia sono piccoli palliativi, se paragonati all’energia del vento, che però è molto diffusa e quindi difficile da canalizzare, così come quella del sole.
I paesi ricchi si sono un po’ arenati per il fatto che la produzione di energia è più rapida della soluzione dei problemi dell’inquinamento. Ma non siamo molto lontani da quello che dovrà avvenire: ci sarà l’epoca del superamento del motore a scoppio – chi l’ha detto che senza il motore a scoppio non si possa vivere? –, non solo per il trasporto, ma anche per le grandi centrali di produzione energetica. Il problema del motore non si risolve utilizzando le rotaie anziché le gomme, il problema della resistenza del mezzo: in mare c’è un consumo energetico più elevato perché la resistenza dell’acqua è superiore a quella della terra. L’unica via d’uscita è il volo, ma attualmente avviene sempre con il motore. Eppure, oggi c’è chi dice: “No, non facciamo più le autostrade, perché dobbiamo abbandonare la gomma e aumentare la percentuale del trasporto su rotaie e su nave”. Teoricamente è così, ma in realtà, se andiamo a vedere che cosa è accaduto negli ultimi dieci anni, è cresciuto il trasporto su nave, su rotaie e sugli aerei, ma allo stesso modo è cresciuto il numero delle automobili. E sarà sempre così, la crescita non può essere impedita da una posizione ideologica. Per di più, il problema del motore resta, in qualsiasi tipo di trasporto. Se il motore non fosse inquinante, sarebbe un altro discorso. Allora, questo ci dice che è lì che bisogna lavorare sempre più in direzione della fusione.
La scienza e la tecnologia servono a vivere meglio. Pensiamo al fatto che dove è andato l’uomo c’è stata una prevenzione dei disastri dovuti a calamità naturali. Immaginate se non ci fosse stata l’opera dell’uomo che cosa sarebbe oggi la città di Messina, che ha avuto uno dei terremoti più violenti d’Italia. Si può dire che gli investimenti per ricostruire dopo i terremoti diminuirebbero di gran lunga, se l’uomo imparasse a costruire prevenendo i fenomeni naturali. Basterebbe investire in prevenzione il cinque per cento di quello che poi si deve investire per ricostruire, per ridurre notevolmente il numero di morti.
Tutte questioni che sembrano ovvie, ma non lo sono, perché la scienza e la tecnologia devono essere utilizzate ai fini dell’umanesimo, per la salvaguardia del benessere dell’uomo e del suo ambiente. Ma non bisogna considerare soltanto gli effetti della tecnologia, come spesso accade oggi, per esempio quando si fa una manifestazione contro la costruzione di un inceneritore di rifiuti. Facciamo invece una manifestazione perché si faccia nel migliore dei modi, perché non abbia una ricaduta sulla nostra salute. Il problema è che occorre non transigere sulle cause e utilizzare con razionalità la scienza. Questo è il messaggio del mio libro Il viaggio dell’avvenire, ed è anche la speranza che l’umanità rifletta su queste questioni.
Per esempio, io scrivo che le dighe e i grandi ponti sono le opere in cui gli italiani eccellono in tutto il mondo. Eppure, ci sono zone del nostro paese in cui l’acqua che viene dal cielo va direttamente al mare: per esempio, la Calabria, ha il novantuno per cento di zone montuose e il nove per cento di pianura; stessa cosa per la Sardegna. Non fare dighe in queste regioni vuol dire non trarre giovamento dall’acqua nell’agricoltura e avere scarsità d’acqua. Non solo, ma le grandi alluvioni diventano dannose proprio per questo: durante l’alluvione di Siderno del 10 settembre 2000, è stata una grandissima fortuna che ci fosse una diga. Quindi, prima si fanno le dighe, che sono una difesa dell’uomo e dell’acqua, e poi si considerano i suoi effetti sull’ambiente. Nel Mediterraneo c’è il problema dell’acqua. Io sono convinto che sia un problema grave per molti paesi e che, come si sono combattute guerre per il petrolio, nel prossimo secolo si rischia di combatterne per accaparrarsi le risorse idriche. I fiumi non sono soltanto importanti per il trasporto, ma sono fondamentali fonti di vita.
Per esempio, lo sviluppo della California è dovuto all’acqua, non al petrolio, che pure c’è. Los Angeles, finché aveva soltanto il petrolio, contava un milione di abitanti; quando ha avuto l’acqua del Sacramento, portata attraverso la Central Valley con un grande acquedotto, in poco tempo ha superato dodici milioni di abitanti. Così per i paesi del Medio Oriente, per i paesi rivieraschi del Giordano, il controllo delle acque è fondamentale. Non viene detto apertamente, ma è evidente che la questione dell’acqua è un fatto particolarmente importante. Il suo controllo, specialmente in alcune zone della terra, è veramente strategico.
Dal mio libro emerge una condanna implicita a tutti i contrasti e a tutte le guerre, a tutti i conflitti di religione che hanno però un’influenza nell’economia: se non ci fosse il petrolio, l’Iran e l’Iraq sarebbero lasciati al loro destino e Gheddafi sarebbe il capo di una delle tante popolazioni che gravitano sul Mediterraneo. Ma come oggi c’è il problema del petrolio, domani potrebbe esserci quello dell’acqua. Io credo che in Medio Oriente si potrebbe arrivare facilmente alla guerra per l’acqua. Penso, invece, che sarebbe necessario affrontare queste questioni – dell’aria pulita, dell’acqua pulita – con razionalità, anche attraverso la scienza e la tecnologia. Dal mio libro emerge un messaggio che è un po’ cristiano, un po’ religioso o profondamente umano e umanistico, nel senso che è un monito perché l’uomo, quando riesce a diventare ricco, non dimentichi quelli che sono poveri.
Anche la questione della globalizzazione va affrontata facendo delle considerazioni sulle possibilità dello sviluppo.
Nel mio libro, a un certo punto, parlo dell’Italia che negli anni ‘50 aveva tre poli di sviluppo industriale – Genova, Torino e Milano –, mentre oggi sono centocinquanta: c’è una realtà industriale diffusa, non più il tripolarismo. L’Italia sta diventando una, la Legge Obiettivo porta automaticamente all’unità d’Italia, che non c’è mai stata. L’Italia non può essere fatta da un pezzo di Valpadana, un pezzo di Centro e un pezzo di Sud, l’Italia deve essere planetaria. L’ISTAT ha reso noto che nei quasi centotrent’anni dall’unità d’Italia, lo stato italiano ha speso pro capite per infrastrutture, mediamente, una lira al Centro-Nord e mezza lira al Centro-Sud. Bisogna per forza investire l’altra mezza lira? Forse non è possibile, ma vanno realizzati sistemi efficienti al Nord e al Sud, in modo che l’Italia possa affrontare il problema della vecchia Europa e della nuova Europa in termini omogenei. Per l’Italia, non per il Sud, perché se il Sud funziona, funziona anche il Nord e il costo dei trasporti è minore anche al Nord. Per questo è prevedibile un’inversione di tendenza.